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Passione e lavoro targati Salento
così Conte fa sognare i londinesi

Passione e lavoro targati Salento
così Conte fa sognare i londinesi

Pare che all’ennesimo “what?”, urlatogli da Michy Batshuayi, attaccante belga di origine congolese, Antonio Conte abbia fermato l’allenamento e se lo sia preso da parte. Era un pomeriggio di metà dicembre. Lui, Batshuay, proprio non riusciva a stargli dietro, gli sfuggiva del tutto il senso, il significato, il valore di quei suoni così strani, incomprensibili, vagamente primitivi, emessi misteriosamente dal suo allenatore che pareva volesse rimarcare - ma questo il giocatore lo ha capito solo dopo - la non corretta applicazione di uno schema. Così, ripetutamente, gli toccava essere fermato dal manager non prima di aver udito, appunto, questa parola figlia di un idioma e di un alfabeto sconosciuti. Qualcosa come ‘ntorna, di nuovo, daccapo, vale a dire - nel caso di Batshuayi - hai sbagliato ancora, non era quello che ti avevo chiesto di fare. Allenamento fermato, spiegazione data, in un inglese impastato di contaminazioni salentine, e poi di nuovo a provare, provare e provare quel movimento, fino alla nausea, fino alla perfezione. Fino alla vittoria del titolo, guarda caso firmata proprio dal belga-congolese, decisivo dalla panchina contro il West Bromwich Albion nella partita della consacrazione.
Conte dopo Ancelotti, Mancini e Ranieri, italiano come loro ma diverso da tutti. Unico per molti versi, come indicano i tanti segnali luminosi sparsi lungo una carriera che lo ha portato in undici anni a diventare oggi forse il più grande al mondo. E senza perdere una virgola della sua salentinità, del suo radicamento, della sua cadenza inconfondibile, ancora oggi dalle parti di Stamford Bridge come prima in azzurro, alla Juve, al Siena, all’Atalanta, al Bari e all’Arezzo, nel viaggio a ritroso di un cammino non facile, non gratuito, ma al contrario quasi dovuto, inevitabile, meritato.
Caso forse irripetibile, Conte diventa ad ogni step più forte, più carico e, soprattutto, più entusiasta, motivato, quasi rabbioso nella sua determinazione. È uno a cui i successi scivolano addosso senza lasciare traccia, come i 40 grammi di bresaola imposti per pranzo a chi deve perdere peso. Ma la fame resta e lui quella fame ce l’ha ancora e sempre più lancinante, da un pasto all’altro, da un traguardo all’altro: è un bulimico della vittoria, del campo, del calcio.
Più di chiunque altro. Ce ne sono, di bravi, bravissimi, magari anche più di lui, per tecnica, stile, astuzia, appeal mediatico. Ancelotti e Guardiola sono straordinari, impeccabili. Ma quel fuoco dentro, che brucia oggi come alla sua prima panchina da professionista, non ce l’ha nessuno. Nemmeno Mourinho, al quale per molti aspetti è stato paragonato, per la personalità, la capacità di fare gruppo e dal quale nulla ha da imparare sul piano tattico. In realtà, il Mourinho di oggi è già più dimesso rispetto a quello del primo Chelsea e dell’Inter aurea. Eppure sono passati sette anni dal triplete nerazzurro, non un’eternità.
Ma Mourinho è uno da spot, così ammiccante, glamorous. Conte no, in una pubblicità non si può immaginare proprio, bocciato in partenza, con quell’accento, più forte dei corsi intensivi di inglese. Era e resta leccesissimo, legato indissolubilmente alla terra che lo ha lanciato e che non perde mai occasione per portarsi dietro, quasi fosse la coperta di Linus, il suo segno distintivo, nel modo di fare, di porsi, di lavorare. Ed è emblematico il suo modus operandi, lo sono le sue scelte, così tradizionali e tradizionaliste, come dimostra quello staff ad altissimo coefficiente di salentinità: lui, il fratello Gianluca, il preparatore Tiberio Ancora, collaboratori sparsi ma tutti con la stessa provenienza. Un marchio di fabbrica, quello del Lecce di Iurlano e Cataldo, perché tutto è partito da lì.
In fondo anche il suo attuale modello manageriale, rivoluzionario, addirittura anacronistico per quel livello di competitività. Ma evidentemente vincente, perché al di là dei curricula, dei nomi, della fama, si può costruire un’impresa vincente anche ragionando soprattutto con il cuore, con l’affidabilità, con quella insostituibile sintonia che si può stabilire solo con chi conosci veramente e da cui sei conosciuto altrettanto profondamente. È così che si crea un’atmosfera quasi magica, la qualità che contraddistingue tutte le sue avventure, tutte le sue squadre, oggi il Chelsea, appena ieri la Nazionale. Organici non da copertina ma sempre in grado di andare oltre i propri limiti grazie all’imprinting del tecnico, al “contismo”, alla capacità di trasmettere emozioni al gruppo, al pubblico, ai tifosi. L’Italia degli Europei era obiettivamente scarsa, eppure ha lasciato un fantastico ricordo di sé. E anche questo Chelsea non ha la potenza di fuoco di un ManU, dello stesso City, di un Arsenal: conquistare la Premier, onestamente, è stata un’impresa, come tante altre compiute da Conte in passato.
Quella che ancora, incredibilmente, gli sfugge è la riconquista della sua gente, dei suoi conterranei. E pazienza se a qualcuno darà fastidio sentire la questione riproposta. Però è francamente intollerabile che persistano nei suoi confronti astio, rancore, addirittura odio da parte di chi invece dovrebbe essergli riconoscente, anche solo di riflesso. Piaccia o no, Conte porta nel mondo il nome di Lecce, è il suo miglior ambasciatore possibile e non fa mai nulla per far passare sottotraccia il messaggio. D’altro canto gli basta aprire bocca e dire qualsiasi cosa, ‘ntorna. Paga l’idiozia di pochi e l’appecoronamento di molti, una deriva verso la bestialità innescata da quella esultanza per un gol segnato al Lecce con la Juve dopo un lungo infortunio. Circostanza spiegata più volte, in italiano e in leccese: inutilmente. Da lì in poi è andata sempre peggio, fino a quel Lecce-Bari e poi all’aggressione vigliacca, d’estate, mentre giocava a calcetto. Conte, per questo circolo di gentlemen, è un rinnegato, come lo sono tanti altri salentini rei di tifare per una “strisciata”, Juve, Milan, Inter. Valutazione folle e ignorante, come insegna la stupenda foto dello juventino Bonucci con il figlio Lorenzo, in maglia granata. Per costoro, evidentemente, sono rinnegati anche i bambini di 7, 8, 10 anni, che hanno cominciato ad amare il calcio per ragioni meravigliose e imperscrutabili: il colore di una maglia, il nome di un giocatore, un gol in sforbiciata. E da lì si sono portati addosso quella passione pura per tutta la vita, evidentemente mai immaginando di poter essere insultati un giorno solo in quanto innamorati dei colori sbagliati, secondo i docenti in tifologia, per i quali tifare è un obbligo, un dovere, una condanna: sei di Canicattì, allora tifa Canicattì, per un malinteso senso dell’appartenenza.
Niente a che vedere, ovviamente, con il senso di appartenenza, concreto, proficuo e non contraccambiato, che Conte continua a sprigionare incantando il mondo con le sue capacità e la sua anima salentina. Un leccese vero, molto più dei tanti che ancora oggi lo offendono. Don’t worry, Antonio, be happy. Te lo meriti.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Domenica 14 Maggio 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:07

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