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Noi che in Russia abbiamo vinto: De Giorgi e Placì

Fefè De Giorgi e Camillo Placì

La cortesia non conosce fusi orari, latitudini, temperature. È una costante del carattere, accorcia le distanze di tempo e di spazio, supera le differenze di lingua. Appiana le diffidenze, anche, soprattutto quelle. E per prima cosa accoglie. Anche quando, in realtà, si è accolti e perciò ospiti in terra straniera, chilometri e chilometri da casa, se la casa è ancora un concetto valido, e valido lo è anche quando in fondo sei un irrefrenabile giramondo, un po’ di qua, un po’ di là, e ovunque tu vada c’è una cosa che ti porti dentro ed è il luogo in cui pianti il cuore, il centro in cui punti il compasso per tracciare gli orizzonti della tua vita, stretti o ampi, a maggior ragione se ampi, amplissimi. Ottomila chilometri almeno, per dire, come da qui a Novyj Urengoj, Siberia, quasi al confine col circolo polare artico. Russia. Capitani coraggiosi, non capitani di ventura.

La gente - dicono - non ha idea di cosa significhi lavorare quassù. Ché ora là fuori ci sono meno 30 gradi (no, non meno di 30: proprio -30) e non è neppure malaccio visto che tra poco saranno meno 50. Tepori di stagione. Anche se il mestiere è quello di sportivo, e l’impegno quotidiano corrisponde a un’autentica passione, non si ha esattamente idea. Del tempo, delle distanze, dei disagi. Sessanta chilometri dalla linea immaginaria che apre ai ghiacciai eterni, alle aurore boreali, al sole di mezzanotte, al buio polare. Brividi. E perciò prospettiva interessante per rileggere l’Italia di questi giorni, almeno quella che scende in campo scarpette, pantaloncini e maglietta e ne esce disfatta e in lacrime. Pallonara e affranta. A mente fredda si ragiona meglio. Figurarsi a mente gelida. E qui gela tutto.

Su a Novyj Urengoj (una storia nella storia: città cresciuta con gas e petrolio della Gazprom, fondata nel 1973, ora 120mila abitanti) lì, dicevamo, vi sono saliti in tempi diversi, prima l’uno e poi l’altro, Ferdinando “Fefè” De Giorgi e Camillo Placì. Campioni. Capitani coraggiosi. Cortesi. Amici. Sono due eccellenze dello sport italiano, ramo pallavolo, nati a pochi anni e a pochi chilometri di distanza, il primo a Squinzano e il secondo a Specchia, comunque Salento, di solito 30 gradi (ah lu sole, lu sole...). A esser pignoli, sono 74 chilometri. Ma a coprirli in auto, in parte seguendo il percorso a ostacoli della statale 275, sembrano molti di più. E tuttavia niente rispetto agli ottomila che corrono tra Lecce e la Siberia. Perciò, pochi. Il primo ha allenato la squadra di Novyj, la Fakel, Superliga russa, dal 2012 al 2014, il secondo adesso. Neanche il tempo di sedersi e subito il primo alloro per Placì, la Challenge Cup, terza competizione per importanza in Europa. Non male. Proprio niente male. C’è un’Italia che arriva in Russia e vince. E quest’Italia siamo anche noi. Stringiamoci a coorte.

«Io ho allenato in Siberia, meglio non andarci...». Scherza, De Giorgi. Si capisce. Le presentazioni sarebbero superflue. Basta un dato per tutti: tre volte campione del mondo con la nazionale azzurra, in tre continenti diversi, palleggiatore di una generazione irripetibile di campioni. Fefè: Ferdinando fenomeno, si direbbero le iniziali. Poi la carriera da allenatore. Due stagioni e via, in Russia. Da lì in Polonia: due campionati vinti, infine la nazionale; altra storia. «In Siberia salivamo solo per giocare. Gazprom rallegrava e svagava così la città, insieme con la squadra femminile. Tutto il resto, la vita, gli allenamenti, era a Mosca - spiega -. Una traversata, andare e tornare. Oltre tremila chilometri. Quattro ore di volo, sbalzo di fuso orario. Anche giocare in casa era un’avventura. Da un punto di vista tecnico, un impatto tragico: eravamo più in aereo che sul campo di gioco». Per De Giorgi la prima esperienza all’estero. Per Placì no: il suo palmarès è costruito proprio sulla panchina. Vice allenatore della nazionale russa, vice di quella bulgara, vice di quella serba, due bronzi tra Olimpiadi ed Europei e un argento in World League. Altri passaggi, ulteriori esperienze (primo allenatore con i bulgari, ad esempio), e ora eccolo di nuovo in Russia. Conquistata la Challenge Cup, è al terzo posto in campionato dopo 12 partite sulla stessa panchina che fu del conterraneo. «In testa la squadra forse più forte al mondo, lo Zenit Kazan; poi il Belgorod e quindi noi, tutti ragazzi russi, la formazione più giovane del torneo», gongola il coach di Specchia. Alla guida della Bulgaria rimbalzarono in mondovisione le sue urla in dialetto salentino. E ora? Sorride divertito. «Allora fu più semplice: diversi nazionali bulgari avevano giocato in Italia, in qualche modo mi conoscevano». E a Novyj? «Beh, io amo la mia terra, qualcosa mi scappa sempre: core te mamma, beddhu meu... Loro sono attratti dalla nostra lingua e anche da queste espressioni: l’italiano sarà complicato per le regole, ma ha una sua musicalità e una dolcezza espressiva davvero rare. In verità del nostro paese ammirano tutto».

Ecco, l’Italia. Ai mondiali di calcio 2018, in Russia, non ci sarà. «L’eliminazione degli azzurri è stata un colpo anche qua. Aspettavano la nazionale, tifosi al seguito», racconta Placì. «Di noi amano la cucina, la moda. Sognano il clima, il mare. La loro meta è una vacanza, anche breve, nella Penisola. I nostri uomini di sport sono particolarmente apprezzati: ora c’è Roberto Mancini a San Pietroburgo con lo Zenit, dove ha già allenato Luciano Spalletti, mentre Ettore Messina ha trascorso due anni d’oro a Mosca, mietendo successi nel basket col Cska. L’appuntamento del prossimo anno sarebbe stato ancor più un evento per la presenza della nazionale azzurra. Siamo sempre osservati speciali. I miei atleti si informano di tutto, mi chiedono ogni cosa: quanto costa quel particolare modello di giacca, quella tale borsa... Per non parlare delle canzoni». A spopolare sono Adriano Celentano, Toto Cutugno... E poi Al Bano. «Uno degli stratagemmi per avvicinarmi a loro, al mio arrivo - spiega De Giorgi - è stato quello di parlare proprio di Albano Carrisi. È mio vicino di casa, gli dicevo. Abitiamo a due passi: Squinzano è a tre chilometri da Cellino San Marco, spiegavo. Ma non ce n’era bisogno: verso gli italiani in genere provano simpatia. Di più: empatia. Quasi una palese contraddizione rispetto allo stereotipo del russo medio, descritto tendenzialmente come un orso. Ecco, il fatto che l’Italia non si sia qualificata è un grande dispiacere non solo per noi ma anche per loro».

La cortesia non conosce fusi orari, latitudini, temperature. È una costante del carattere, accorcia le distanze, supera le diffidenze. Facilita le risposte, intanto perché le consente. Lo sguardo che rimbalza dall’estero e da un’altra disciplina, l’intreccio di esperienze in vari continenti e in diverse competizioni, rendono lo sport linguaggio universale. Così la domanda arriva dritta: come è potuto accadere? perché questo clamoroso fallimento nel calcio? Placì prova lo schema: «La Russia ha vinto gli ultimi Europei di volley. In campo c’erano tre miei giocatori. E altri della Fakel di Novyj sono andati a medaglia nelle Universiadi e nei Mondiali under 23. Qui il segreto è puntare sui ragazzi, far maturare loro esperienza in campo internazionale. Aggiungiamo altro? Ok. Una seria programmazione che non si fermi al prossimo torneo ma vada oltre; una qualità di base nella preparazione a qualsiasi livello agonistico e la scelta di allenatori con esperienza. L’Italia deve tornare all’altezza della sua fama. Le risorse ci sono». Umiltà, programmazione, pazienza: i lemmi si rincorrono anche nell’analisi di Fefè De Giorgi. Come ingredienti magici. Dosare, miscelare, servire. «Chi non segue quest’impostazione si arretra ed è tagliato fuori. Nella pallavolo c’è minore pressione mediatica, certo, e questo consente di lavorare su tempi impensabili nel calcio. Ma la base non cambia. E a quanti parlano di un’eccessiva presenza di stranieri dico che è solo un alibi: i calciatori italiani, se bravi, giocano. Il problema è avere stranieri di qualità: alzano il livello della competizione e aiutano a crescere. Non so se sia tutto da rifondare, come qualcuno dice. Ma una riflessione seria e approfondita va fatta. Soprattutto in una fase di ricambio generazionale come questa. Momento delicato, ma uomini e mezzi non mancano».

Il vento siberiano rinfresca le idee quando non fa correre brividi lungo la schiena. Magari diraderà anche le nubi. «Noi italiani siamo bravi a lamentarci di tutto», sospira Camillo Placì. Tra i due è il più anziano, per forza di cose deve essere il più saggio. «Sbuffiamo per le file, per i piccoli ritardi. Ma a girare per il pianeta capisci tante cose. Al di là dello sport, abbiamo patrimoni immensi. Il mare, le montagne, il clima mite. L’arte, la cultura. Dovremmo apprezzare quello che il buon Dio e le opere dell’ingegno ci hanno dato. All’estero ce le invidiano; noi, invece, non sappiamo goderne». L’inverno è alle porte, poi arriverà la primavera. E quanto all’estate, non diamoci pena: non andremo ai campionati del mondo, pazienza. Come sempre, sarà il mondo a venire da noi. Da qualche parte si deve pur vincere.

 


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