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La lezione di Ciro e Michele
per rivedere un calcio sano

La lezione di Ciro e Michele
per rivedere un calcio sano

C’è chi è diventato più famoso: Antonio Conte. Chi era più dotato tecnicamente: Checco Moriero, Beto Barbas, Mirko Vucinic, Giuseppe “il Principe” Giannini o Alessandro “il sindaco” Conticchio che pure ci metteva l’anima. Ma nessuno mai, come loro, porterà alta la bandiera del Lecce. Eroi, icone, simboli della maglia giallorossa. Michele Lorusso e Ciro Pezzella che quel maledetto 2 dicembre di qualche anno fa – era il 1983, ma sembra ieri – se ne andarono insieme dalla vita. Non se ne sono mai andati dal cuore dei tifosi. Dei leccesi, dei salentini. Di chi pensa che correre dietro a una palla che rotola è ancora il gioco più bello del mondo.
Facce da Sud che da qualche settimana sono diventate murales nella periferia della città. Zona 167, anche se vorremmo chiamarla in un altro modo. Dove tutto comincia, dove le storie di sofferenza incrociano speranza e riscatto, dove la qualità della vita si misura con un’aiuola fiorita oltre la “bomboniera” del centro storico, dove un campetto ben curato vale almeno quanto un bel restauro di una chiesa del Seicento. Dove i writers della crew 167/B Street sfidano la marginalità con la bellezza dei colori.
Michele, dipinto tra le finestre, ha i capelli scarmigliati dei ragazzi un po’ “terroni” che si giocavano la vita con umiltà e coraggio: lucano di Venosa e amato nella sua cittadina almeno quanto il celebre concittadino Orazio, sommo poeta latino. Cuore (sempre oltre l’ostacolo) e batticuore del Lecce quando non bisognava avere a tutti i costi i piedi buoni o la faccia da belloccio per guadagnarsi l’amore dei tifosi.
Ciro, lassù più in alto, disegnato in cima al palazzo, ha la faccia pulita di chi non hai mai avuto troppi grilli per la testa: campano di Ercolano, duri allenamenti senza mai fiatare, gavetta nelle Giovanili, difensore completo che toccava la palla come un centrocampista quando c’era da impostare l’azione. Uniti dal beffardo destino di un incidente stradale, tragicamente uccisi dalla loro stessa paura di volare.
L’uno e l’altro baluardi in difesa del Lecce forse più bello della storia. A cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, poi culminati nella squadra di Eugenio Fascetti, dei fratelli Di Chiara e di Claudio Luperto (ci perdoneranno Mazzone, Zeman e Ventura della promozione-bis dalla C alla A) che l’anno successivo alla tragedia conquistò per la prima volta l’Olimpo del calcio italiano. Andate a trovarli, Michele e Ciro, dalle parti di piazzale Genova, svolta a destra prima che il grande curvone di viale dello Stadio diventi rettilineo facendo intravedere il Via del Mare.
Non è amarcord, non è roba da cartolina in bianco e nero. Chi ha più di 40 anni ritroverà la voglia di tornare allo stadio e dimenticherà la comodità del divano pomeridiano di Sky o Mediaset Premium. Chi ne ha meno di 20 scoprirà l’antidoto a questo cortocircuito che comincia con la parola Tavecchio (ma viene da più lontano) e finisce per trasformare tutto in business, schemi e talk televisivi dove fanno rivedere solo il Var contestato e non la bellezza di un cross “pennellato” in area di rigore.
Il gioco prima del look, del marketing, degli affari, di tutto il resto. Non chiamatela nostalgia: è l’unica strada per riprendersi il futuro, per ricominciare dai ragazzi senza che i papà facciano i loro agenti già a 10 anni. Michele e Ciro, la migliore lezione di calcio per ricominciare a tifare. Per lasciare spenta la playstation e tirare anche noi un calcio a un pallone. E terra e polvere che tira vento e poi magari piove, come in quegli anni cantava qualcuno. Che tanto poi il sole (quello sui tetti dei palazzi in costruzione) torna sempre. Che questo forse è l’anno buono per risalire in serie B e, allora, chissenefrega, se quest’estate non saremo ai Mondiali.
 


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