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Palaia, mezzo secolo di aneddoti
di corsa tra sport e medicina

Palaia, mezzo secolo di aneddoti
di corsa tra sport e medicina

Corri lettore, corri. Ci sono settantadue anni da raccontare, qui, quasi tutti di sport; 47 vissuti a bordo campo, valigetta dei miracoli accanto, altri tre e si fa festa: panchina d’oro, prospettiva unica se agli onori e ai dolori vuoi dare lo spessore dell’attesa, della preparazione e della sofferenza, perciò della realtà e non della virtualità. Qui lo sport trasmuta in storia e diventa vita quando l’imprevisto si materializza e altro che correre, c’è solo da combattere. «Si cresce con le sconfitte, non con le vittorie». Primo insegnamento. Peppino Palaia si sfila la polo vacanziera per indossare la maglietta d’ordinanza nel suo centro medico, a Squinzano. «Visto che fisico?». Corre, ancora. Le tappe hanno ritmi sostenuti; intrecciano l’atletica, il basket e il calcio, soprattutto il calcio, tanto, tantissimo. Oggi poi, che riparte la serie A, hai voglia quanti aneddoti. Siamo qui apposta.

Ma prima una data, che è anche una ricorrenza: 28 aprile 1945. Storici e nostalgici sanno. Per noialtri – distratti, ignoranti o smemorati – un piccolo ripasso: quel giorno la storia di Mussolini finiva a colpi di mitra, dalle parti di Como, dopo la cattura a Dongo e prima dell’esposizione dei corpi a piazzale Loreto, a Milano. Nel mentre, ma da tutt’altra parte, profondo Sud, Squinzano appunto, nasceva Giuseppe: papà Antonio, medico condotto, e mamma Maria Blasi, figlia del farmacista del paese. Natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a principi reali, per usare un evergreen. Dal lato paterno la professione, anche se il genitore lo avrebbe voluto dentista; dal lato materno l’amore e la passione («le madri hanno nove mesi di vantaggio rispetto ai padri»). Gli intrecci della storia non spingono più di tanto a destra: il padre per anni nella Dc, consigliere comunale; il figlio giusto un affaccio nel movimento giovanile dello Scudocrociato. «Ora voto l’uomo: ho l’amico politico, non il politico amico». Da Dario Stefàno ad Alfredo Mantovano, passando per Giovanni Pellegrino. Chiusa parentesi. Sotto col Palaia “medico da campo”. Osservatore speciale di una stagione irripetibile che tiene dentro Franco Iurlano e Giampiero Boniperti, Diego Armando Maradona e Antonio Conte, Beto Barbas e Mirko Vucinic, Carletto Mazzone e Gian Piero Ventura. Per non fare nomi.

Cominciamo. La scena, di suo, è già allegoria. La sala d’attesa del “Palaia human care” è tappezzata di foto, sintesi di una vita passata a custodire le energie, i muscoli, i legamenti, e perciò le speranze, del Lecce pallonaro. Dietro la sua poltrona, due cartelli annunciano stravaganza: “Chi non ride non è serio”; “Una scrivania ordinata è sintomo di una mente malata”. Si procede in ordine sparso, partendo da Pietro Mennea e Carlo Pranzo Zaccaria, l’ortopedico che con Palaia e il cardiologo Antonio Montinaro costituirà un formidabile cordone sanitario a guardia delle imprese giallorosse. Domanda: si ha la mente malata anche a fare ordine nel racconto? Intanto la spalla destra del povero amanuense dà segni di cedimento: i ricordi scorrono, la penna scivola, la periartrite avanza. Posto giusto al momento giusto.

Il primo amore è l’atletica. Corre gli 80 metri in 9’’10, record regionale. Sette anni dopo Mennea farà meglio: 9” netti. Con lo sprinter di Barletta, la “Freccia del Sud”, quasi un staffetta a distanza: il passaggio di allenatore, Carlo Vittori; la malattia, un tumore. Altra storia. Ci arriveremo. A suggello delle scorribande di Palaia su pista, il terzo posto in semifinale nei 100 metri ai Campionati italiani universitari di Sassari, primi anni ‘60. A trionfare in quella batteria e poi in finale Livio Berruti, un mito dopo la vittoria nei 200 alle Olimpiadi di Roma. Lo sport incrocia gli studi. Arrivano la laurea in Medicina e le specializzazioni: Anestesia e rianimazione, Medicina dello sport («era appena morto Renato Curi in campo, a Perugia»), Fisiatria. Il lavoro in ospedale e, accanto, l’impegno a bordo campo, nello sport. Sei anni con lo Squinzano in Promozione, fino allo storico approdo in D, e l’anno dopo, 1977-78, il Lecce.

Serie B. Presidente Franco Iurlano. «Il più pittoresco e autentico – ricorda Palaia –. Una volta eravamo in albergo, al Concord di Torino. Lui aveva fatto incetta di prelibatezze. Ci riunisce al tavolo, si fa caciara. Un cameriere invita al silenzio: un anziano barone mangia poco più in là, in carrozzina. “Ma quello è morto – sbotta il presidente – è morto e non se ne è accorto”. Iurlano sapeva far quadrare i conti e tirare su il morale. Con Mimmo Cataldo, il direttore sportivo, una coppia fortissima. Quando la squadra andava male il presidente sfoderava mosse a sorpresa: “Chiamati lu Bruno”, riferendosi a Petrachi, il cantante folk leccese: si andava a cena, parole e musica a volontà, e la squadra tornava a vincere». Un giorno litigò col presidente della Juventus, Boniperti. “Fallito”, lo apostrofò in Consiglio federale. Solo perché tra i due, entrambi con diploma di Geometra, solo il primo svolgeva regolarmente la professione. Personaggi.

Non con tutti lo stesso feeling. Ovvio. «Con Rico Semeraro un rapporto bellissimo – racconta il medico –. Chiusi la lunghissima esperienza con il calcio, mi scrisse un messaggio commovente: “Con te se ne va l’anima del Lecce”. Lui non era più alla guida del club. Lo chiamai per ringraziarlo, si mise a piangere. Era il 2013: dopo 36 anni accanto ai giallorossi, dentro di me si era spento qualcosa». Da allora vigila sui giocatori del Basket Brindisi, campionato di Lega A. Quinto anno a bordo campo, sui parquet di tutt’Italia. «Mi manca l’odore inebriante dell’erba. E il calore della curva nord di Via del Mare. A società, tifosi, squadra e a mister Robertino Rizzo auguro ogni bene: in bocca al lupo al Lecce per la B. Ma un consiglio: si torna a vincere con il sorriso».

Gli aneddoti. Eccoci. Su Diego Armando Maradona: «A Napoli gli ho visto fare cose incredibili in riscaldamento. Un giocoliere col pallone; un fuoriclasse. Unico. Ma i veri campioni alle doti sportive sommano quelle umane: Baresi, Totti, Baggio... I ragazzi meritano messaggi positivi». Su Mariolino Corso: «Il “sinistro di Dio” venne ad allenare il Lecce nell’82. “Vuoi vedere il segreto delle mie punizioni a foglia morta?”, e sfoderò il suo alluce valgo. Lasciò dopo una partita col Palermo: “Questo non è calcio”». Su Gian Piero Ventura, il ct della Nazionale: «Due stagioni per traghettare il Lecce dalla C alla A. Molto bravo, ma rapporto problematico con lo staff medico. Una domenica a Palermo eravamo sotto di due gol. All’intervallo urlò: “Non onorate la maglia”. Finì 2-3 per noi: Mimmo Francioso e Checco Palmieri, i bomber, non lo fecero entrare nello spogliatoio: “Ti vergogni di noi? Fuori!”». Su Alberto Cavasin: «Maniacale: ai giocatori faceva abbracciare i tronchi degli alberi per assimilare l’energia della natura». Su Zdenek Zeman: «Anche lui fu chiuso fuori. Accadde dopo un pareggio con il Milan, a Lecce. Non ho mai condiviso i suoi allenamenti con sacchi in spalla e gradoni: se tu carichi 30 chili su una colonna inclinata di 10 gradi trasmetti sulle vertebre L4-L5 una pressione pari a un quarto di quintale». Su Carletto Mazzone, infine: «Prima un grande uomo e poi un grande allenatore. Attento e vicino a tutti. Accudì per una settimana Checco Moriero quando sua madre ebbe un problema. All’esordio col Lecce, in B, aprile ’87, affrontò il Parma dell’astro nascente Arrigo Sacchi. “Loro fanno er pressing? E noi je famo er pressing sur pressing”. Mi pregò di recuperare Barbas. Vincemmo 1-0 con gol dell’argentino». L’anno dopo, il ritorno in A.

“Corri dottore, corri”. Il titolo del libro che gli ha dedicato Beppe Longo, insegnante e giornalista di Squinzano, è la parabola di una vita cristallizzata in un episodio. Novembre ’94: al Via del Mare si gioca Lecce-Udinese. Uno scontro e Francesco Marino, calciatore bianconero, cade a terra privo di sensi. “Corri dottore, corri”, gli urla dal campo un compagno, Alessio Scarchilli: l’anno prima ha giocato nel Lecce, conosce bene Palaia. Attimi eterni. Poi il miracolo. Dopo sarebbe toccato a lui finire sotto le mani dei chirurghi. Lui Palaia. «Gesù mi ha voluto come paziente dopo il tirocinio da medico – scherza –. È terribile quando il tuo avversario non è in campo ma dentro di te». Un figlio, Antonio, aveva fatto un sogno: papà steso sulla barella. Glielo disse. «Dovevo fare degli accertamenti di routine, così aggiunsi i markers tumorali – racconta –. Parametri alle stelle: intestino intaccato. Era un venerdì, ottobre 2005; la domenica dopo in calendario Lecce-Juventus. Andai in panchina e il martedì successivo mi operò Corrado Manca, al “Fazzi”. Sei mesi di chemio: “Preferisco bere il caffè Quarta in terra che quell’altro della pubblicità sulla nuvoletta”, dicevo. La domenica successiva la Nord espose uno striscione per me. Indimenticabile».

I ricordi restano, i legami anche: lo sport cementa gli uni e gli altri. Vedi Vucinic (“il più talentuoso dei giallorossi”), vedi Conte (“che anche quando era alla Juve faceva tappa da me ogni volta che tornava giù”). Solo la pratica sportiva è cambiata: «Ti stressano con la tattica e dimenticano la fantasia». Lui, “il medico da campo”, va avanti per la sua strada: due matrimoni, tre figli (Antonio, Enzo e Serena) e quattro sedi della “Palaia human care” tra Squinzano, Brindisi, Galatina e, a breve, Racale. Sempre di corsa. E sempre col sorriso. Si vince solo così. O no?


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