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Dietro a un pallone: Lecce e il calcio, 110 anni di storia. E non finisce qui

La formazione del Lecce che al termine della stagione 1975-76 ottenne la promozione in serie B

Che poi, era davvero tutt’altra cosa giocare sullo sterrato. Con quelle scarpe e tutto il resto. Un’impresa stare dritti, azzardare slalom palla al piede, saltare avversari e suole bullonate, arrivare caracollando fino all’altra parte, avanti tutta verso la porta avversaria, inquadrare nel mirino il portiere e rapidamente, con quei calcoli che solo la mente sa fare quando tempo non ce n’è e i difensori ti rovinano addosso senza chiederti permesso, scegliere l’angolo giusto in cui piazzare il tiro giusto che supera gambe e mani e gonfia la rete quando c’è una rete o si perde tra le erbacce quando due pietre bastano a ipotizzare tutta una porta. Davvero un’altra cosa il sudore e la polvere. Le ginocchia scorticate. La saliva a curare le ferite. E un urlo a dare fiato alla gioia. Gol! Così il calcio festeggia 110 anni di vita, giovedì 15 marzo, a Lecce. Un pezzo di storia. E noi ci siamo dentro.

Mimmo Renna ha appena compiuto 81 anni. È una bandiera del Lecce. Per la cifra tonda, dodici mesi fa, festa e celebrazioni in suo onore. E un trofeo di cui va fiero, il premio Fair Play assegnato dal Panathlon club. «Il comportamento è tutto. Nello sport è quello che conta e attira la gente. Vedi la commozione a Firenze per Davide Astori, campione fuori e dentro il campo». Siede a un tavolino del bar Raphael. Coppola blu, cappotto blu. Il cielo non promette nulla di buono. A quello ci pensano i suoi occhi. In trasparenza gli leggi la vita. Senza grandi sforzi, perché tanto te la racconta lui.

È a tinte forti, giallo e rosso, questo racconto. Quando tocca a Renna sgambettare sui campi cittadini il tempo degli eventi ha già archiviato la nascita dello Sporting club del presidente Marangi, la fusione delle società leccesi, l’avvento dell’Unione sportiva di Lopez Y Royo, il telegramma a Starace, la promessa di “tutto osare per tutto vincere”, il bosco tagliato ai piedi delle mura per il primo vero stadio, i colori bianconeri (quelli della città) per le maglie e poi gli altri, definitivi, giallorossi appunto, emblema della Provincia, per il primo approdo in B, 1929. Storia. Renna i primi passi li muove alle spalle di Santa Rosa. Lo sterrato, Attilio Adamo, la Juventina, i talenti che scaleranno le serie calcistiche e mieteranno allori in Italia e nel mondo. Causio, Brio, Conte. Nomi che qui punteggiano la passione per il calcio. «Sono nato di fronte al Carlo Pranzo e lì ho trascorso l’infanzia. Il custode, Giosuè, mi faceva entrare. Lo aiutavo a squadrare il terreno di gioco. Mio padre, Oronzo, mi vedeva tornare a casa sempre sporco. È morto giovane, ma ha visto lo scudetto vinto quand’ero nel Bologna di Fulvio Bernardini. Avevano acquistato il mio cartellino proprio dal Lecce». Altra storia: 1963-64, in campo con lui autentici campioni, Bulgarelli, Haller, Pascutti, Nielsen, Perani... Il Lecce dovrà macinare molto calcio, assaporare gioie e masticare amaro prima di approdare in A. Accadrà alla fine del campionato di B 1984-85, periodo d’oro con Franco Iurlano presidente, Mimmo Cataldo direttore sportivo ed Eugenio Fascetti in panchina: Lecce primo insieme col Pisa, alla fine, 50 punti a testa, secondo per differenza reti. Ma che importa all’apoteosi?

(La prima partita in serie A, un esordio di fuoco: a Verona contro i campioni d’Italia. Finisce 2-2. A siglare il primo gol del Lecce nella massima serie un salentino doc, Totò Nobile, di Copertino. «Una giornata unica e irripetibile. Io ero terzino sinistro, il mister mi fa entrare e mi piazza sulla destra. Tanta la gioia, non ci bado. Segno all’inizio della ripresa. Eravamo sotto di una rete. Alberto Di Chiara s’invola sulla sinistra e crossa. Di testa insacco sul palo opposto. E chi se lo dimentica? Alla fine retrocedemmo, è vero, ma dappertutto mietevamo applausi e simpatia. Con noi i primi stranieri, gli argentini Beto Barbas e Pedro Pablo Pasculli, campioni già affermati come Franco Causio o pronti a sbocciare come Antonio Conte. Sul finale della stagione fummo arbitri dello scudetto, vincendo alla penultima giornata fuori casa contro la Roma, impegnata nel testa a testa con la Juve. Mezz’ora di applausi all’Olimpico. Brividi. Eravamo tutti per uno e uno per tutti»).

Renna, allora. Sorseggia il caffè; la moglie, la signora Ines, lo aspetta a casa per pranzo. «Ho quasi sempre giocato in posti di mare. Catania, Palermo, Brindisi, Catanzaro, Bari e Livorno, città dove in squadra c’era un certo Armando Picchi, futuro pilastro della grande Inter di Helenio Herrera. Gli esordi a Lecce, con Attilio Adamo, talent scout eccezionale. Mi volle nelle giovanili, avevo 12 anni ma grazie a un escamotage potevo giocare con i più grandi. La passione per il calcio superava tutto». A Brindisi la fine della carriera da calciatore nell’anno di un’altra storica promozione, quella in serie B con Luís Vinicio in panchina. Anno 1971-72. Ma da Brindisi passano anche la seconda vita e la seconda carriera di Renna, quella di allenatore. Un anno turbolento in riva all’Adriatico e poi il ritorno a Lecce, stagione ‘75-76. Suo vice è Aldo Sensibile, compagno di squadra negli anni brindisini e poi braccio destro in A nell’avventura con l’Ascoli di Costantino Rozzi. «A Lecce si aspettavano grandi cose - ricorda Renna -. La squadra era in C, la serie B mancava da 27 anni. A ogni campionato un incidente, un imprevisto. Sembrava una maledizione. Figurarsi le aspettative con me, poi, nato e cresciuto nel cuore di Lecce. Fu un anno straordinario. Una squadra fantastica, compatta. I grandi proteggevano i più piccoli. Tutti calciatori di livello. In attacco la forza di Loddi faceva il paio con la furbizia di Montenegro. A centrocampo la concretezza di Cannito e Giannattasio. Dietro a far da diga Loseto, Loprieno, Lorusso e Pezzella». Lorusso e Pezzella. Un sorso d’acqua per sciogliere il nodo in gola. «Ragazzi eccezionali, Michele e Ciro». Pochi anni dopo ci sarà l’incidente mortale in auto, la tragedia beffarda all’altezza di Mola, il 2 dicembre ‘83: erano diretti in stazione a Bari, non avevano voluto prendere l’aereo su cui si era imbarcata la squadra per la trasferta di Varese. Un anno di mestizia e poi, quello dopo, il trionfo. L’approdo in A non cancellerà il dolore ma riporterà l’entusiasmo in campo e fuori. Arrivano gli argentini. Si gioca a ritmo di tango. Dal Via del Mare si alza un urlo su tutti. “Beto, Beto, Beto mina la bomba, mina la bomba”.

(«Disputammo partite meravigliose - ricorda da Buenos Aires, dove vive, Beto Barbas -. La più travolgente e coinvolgente fu quella nella capitale contro la Roma lanciata verso lo scudetto: se avessimo perso noi non sarebbe successo nulla, mentre per loro era necessario vincere. Fu tutto incredibile e sorprendente. Come del resto molte cose in quegli anni. Di Lecce ricorderò sempre con grande affetto i compagni di squadra e la società, oltre alla passione dei supporters giallorossi e l’accoglienza riservataci dalla città e dall’intero Salento. Indimenticabile»).

Un passo indietro, si torna alla festa per la riconquista della serie cadetta sotto la guida di Renna. I ricordi sono l’ottovolante delle emozioni. «Vincemmo tutto quello che c’era in palio: il campionato per la promozione in B, la Coppa Italia e la Coppa italo-inglese dei semiprofessionisti. Già si parlava di triplete. Ma il finale di stagione fu faticoso: il caldo asfissiante, la stanchezza. Programmammo un lavoro specifico e riuscimmo a fare man bassa di tornei e trofei. I tifosi toccarono il paradiso. Io preferii vivere la festa dalle strade laterali, defilato, con mia moglie e i nostri due figli, Mimmo e Luca. L’anno dopo fu meno entusiasmante: preso dalla passione, il pubblico giallorosso si aspettava la serie A. Impossibile. Due sconfitte consecutive in trasferta mi fecero capire che per me non era più aria. “Megghiu me ndi au”». Settimo posto alla fine del campionato in B e via verso nuove avventure. Ascoli. A Lecce la serie A arriverà otto anni dopo, in piena era Iurlano, e tra alti e bassi ritornerà più e più volte, fino alle stagioni segnate dallo staff dirigenziale di Giovanni Semeraro. «Due presidenti straordinariamente importanti, per motivi diversi».

(«Di mio padre - racconta Maria Giuliana Iurlano, docente di Unisalento - ricordo soprattutto lo sguardo profondamente intenso e la voce stentorea, che riempiva le stanze di casa quando parlava al telefono o commentava gli eventi sportivi. I ritmi della nostra famiglia erano cadenzati dalle partite e gli umori regolati dai risultati calcistici: se il Lecce vinceva, fino al mercoledì successivo si rideva e si scherzava tutti insieme; altrimenti, la tensione saliva alle stelle e quello stato d’animo durava fino alla domenica. Ma la passione indomabile di mio padre per la sua squadra e la sua città non aveva limiti: lottava come un leone per avere un piccolissimo contributo dal Comune, ingaggiava battaglie a quel tempo impensabili pur di ottenere anche per le piccole società di provincia un riconoscimento a livello nazionale o per scardinare il monopolio esistente sui diritti televisivi, sosteneva con forza lo sviluppo di un vivaio, nella convinzione che proprio i giovani fossero la vera ricchezza di una società. Era sanguigno, passionale, generoso, innamorato della sua città ma, soprattutto, era un uomo in anticipo sui tempi»).

Oggi si torna in campo. C’è Lecce-Matera. I giallorossi inseguono una nuova promozione in B e, con essa, il rientro nei piani alti dopo gli ultimi anni travagliati e tristi. «Tutto sembra girare nel verso giusto, squadra, allenatore e società. Ma i tifosi devono dare una mano, limando quegli eccessi di amore morboso che tolgono serenità alla squadra. Gli stessi eccessi che nel tempo hanno reso difficili alcune situazioni e pregiudicato i rapporti con campioni del calibro di Conte e Causio. Si ottiene di più con l’affetto: i calciatori non devono avere la paura di sbagliare». Il tempo è scaduto, la moglie chiama per il pranzo. Alle 12,30 a tavola: alle 15 mister Renna scende in campo con uno dei suoi guerrieri, Cannito. Niente calcio, stavolta è tennis. Sempre che il tempo regga. «Non importa. Giochiamo al coperto, in un tensostatico». Non c’è niente da fare: in un modo o nell’altro, sempre pallone è.



 


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