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L'intervista al Nuovo Quotidiano di Puglia / Giovanni Semeraro: "Il derby col Bari è una ferita che mi ha fatto male al cuore"

Giovanni Semeraro

LECCE - Tu chiamala, se vuoi, “passione”. La domenica il suo posto è al “Via del Mare”. È difficile che manchi all’appello, quando il “suo” Lecce chiama. Giovanni Semeraro te lo ritrovi vicino, nella cabina presidenziale. E nel breve tratto che porta all’ascensore che scende dalla tribuna alla sala stampa, ti regala una battuta, un commento sulla partita. Con un sorriso di gioia, con una smorfia di amarezza. Anche ora che ha 81 anni, che si accompagna con il bastone. «Ci sarò anche questa domenica, alle cinque e mezzo del pomeriggio. La mia è una grande passione che non può finire». Con il mix delle grandi passioni. «La gioia, la sofferenza, proprio così, è inevitabile, ed è anche irrinunciabile».
Vent’anni di storia, o quasi. Un’altra era, dopo quella di Jurlano. Semeraro ha già raccontato nel prezioso libro di Enzo Bianco e Antonio Corcella, che ripercorre gli anni della favola giallorossa, di quel ricordo indelebile del Lecce di Pavesi, della promozione in B del 1945-46. Ha sottolineato i nomi dei giocatori che gli son rimasti dentro. Tanti, una piccola, grande folla. Stabellini, Bislenghi, Cardinali, Candido, Bernardini, gli stranieri Barbas e Pasculli, «gli enfant prodige Bruno, Moriero, Conte. E poi Palmieri, Francioso, Chevanton». Giovanni Semeraro è rimasto “il Presidente”, per quelli, tantissimi, che gli vogliono bene e gli dicono “grazie”, per quelli che non gli perdonano il maledetto ultimo derby con il Bari.
Come vive, Presidente, la vigilia di questa domenica che si spera segni la fine di un incubo chiamato serie C?
«Con ansia. Non mi sento ancora sicuro. Catania e Trapani sono due grandi squadre. Dobbiamo avere ancora nervi saldi, il calcio è bizzarro, i rischi sono sempre dietro l’angolo».
Ma domenica può essere l’alba di un giorno nuovo, di una nuova storia.
«Un’alba radiosa. È stata una grande stagione. Ma dobbiamo cogliere sino al termine risultati degni del nostro passato».
Che cosa ha apprezzato di più in quest’annata che volge al tramonto?
«Scaramanticamente, vorrei aspettare il finale per parlare. Però mi piace dare atto ai meriti di questa società e del suo presidente Saverio Sticchi Damiani. Hanno lavorato tutti molto bene negli acquisti, nella gestione, nell’attraversamento delle fasi che sembravano farsi delicate. Meritano credito».
A questa società si è arrivati passando attraverso la gestione Tesoro.
«Un’esperienza scarsa, negativa. Ho sbagliato, per la fretta di togliermi questo fardello che si era fatto per me troppo pesante in un momento delicato».
Lei ha già avuto modo di ricordare i tanti giocatori delle sue stagioni. Qual è l’allenatore che le è rimasto particolarmente nel cuore?
«Ne ho apprezzati tanti. Se vuole un nome però dico Delio Rossi, un grande allenatore, ma anche una grande persona che ho ammirato molto».
A Lecce ha debuttato in serie A anche Eusebio Di Francesco, la cui conduzione però ebbe vita breve. Di Francesco sta dimostrando con la Roma di essere un grande tecnico ai livelli più alti.
«L’ho licenziato io, era ancora dicembre, commettendo evidentemente, alla luce dei fatti, un grave errore. Sono stato frettoloso. Non gli ho dato la possibilità di mettere a frutto le sue idee, il suo lavoro. Mi viene di telefonargli e chiedergli scusa. Quello era anche il Lecce di talenti in sboccio come Cuadrado e Muriel».
Poi arrivò Cosmi che conquistò con merito i tifosi nonostante la retrocessione. Quello fu anche l’anno del maledetto derby con il Bari che costò il doppio salto all’indietro e lo sconfinamento in quella serie C dalla quale il Lecce sta finalmente per tirarsi fuori.
«Quella fu una maledetta scivolata, una ferita che mi ha fatto male al cuore. Ne soffrirò per sempre. E intanto quel giocatore che sarebbe stato il protagonista del presunto fattaccio, dopo un anno di stop, gioca a grandi livelli in serie A».
Gli ultrà non glielo perdonano.
«I tifosi fanno i tifosi. Sono orgogliosi. Si sono sentiti feriti nell’orgoglio per la propria squadra. Li capisco. Spiace magari che dimentichino quanto di buono si è fatto».
Lei ha avuto il merito di circondarsi di collaboratori che hanno fatto carriera sugli scenari maggiori del calcio nazionale. Chi ricorda in modo particolare?
«Fenucci, fra tutti. Ha confermato in seguito tutto il suo valore. Un abile amministratore è stato mio figlio Rico. Come direttore sportivo Carlo Osti, fantastico, straordinario, peccato che sia capitato alla fine. Ci sentiamo ancora oggi, siamo rimasti legati. Con Pantaleo Corvino quando ci incontriamo stiamo bene insieme. È stato un dirigente importante. Fra la gente che ho avuto vicino Peppino Palaia, ancora un grande amico, è stato una persona impagabile. Con lui, un grandissimo tifoso, si poteva parlare in tutte le lingue».
Qualche pagina più bella della sua lunga storia?
«La gioia di aver dato credibilità sulla scena nazionale alla nostra vicenda sportiva. Abbiamo lavorato molto. Abbiamo speso molto. Vissuto tanti bei campionati. Una grande soddisfazione, la vittoria con la Juventus a Torino».
Giovanni Semeraro avrebbe assunto Liverani come allenatore?
«L’allenatore viene valutato dai risultati. Lo conosci bene quando lo incontri, gli stringi la mano, scambi una battuta. Spero di poterlo fare presto. Se il Lecce torna in B ha certo grandi meriti».
Quali calciatori sceglierebbe fra quelli di questa stagione?
«Dei calciatori dirò quando i giochi saranno chiusi e saremo con certezza in B, per un’era nuova. Adesso mi lasci dire un “Forza Lecce” come viatico».


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